Durante la mia quarantena uno dei miei buoni propositi era di guardare una serie TV, giuro! me lo sono riproposta tante volte di iniziare sia in settimana che nei weekend.. ma niente.. l’unico passo in avanti era stato individuare un titolo che mi incuriosisce… ma evidentemente forse non mi ha, fino ad ora, incuriosita abbastanza.

Poi a fine Aprile chiacchierando con mio fratello mi dice che su Netflix hanno messo in onda le prime puntate di una “docu-serie” sulla vita di Michael Jordan “The Last Dance”

La pallacanestro, o il Basket, è uno sport che non ho mai praticato ma che ha accompagnato tutta la mia vita fino ad un certo punto… fino a quando c’è stato un… cortocircuito.

Sin da quando ho ricordi della mia infanzia, ho ricordi delle domeniche pomeriggio allo “PalaBotteghelle” (il primo palazzetto dello Sport di Reggio C. costruito in tempi record – 57 giorni – e che prendeva il nome del quartiere dove era stato edificato), del momento dell’ingresso dei giocatori in campo, di quel tremolio sotto il sedile dovuto ai piedi che sbattevano per terra per accompagnare i cori e gli applausi che non sembravano mai abbastanza fragorosi per dimostrare la gioia incontenibile di noi tifosi nel sostenere la nostra squadra del cuore.

Fine partita, la gente andava via sorridendo o borbottando, noi restavamo sempre fino alla fine, a volte fino a quando spegnevano le luci e nell’attesa mio fratello e altri giocavano in campo con palline di carta fatte con i giornalini che distribuivano all’ingresso. Io invece a volte mi posizionavo al centro del campo e mi domandavo come facessero a giocare sempre così concentrati con tutti gli occhi addosso del pubblico attento a seguire ogni singolo movimento… da così vicino!

Aspettavamo mio padre e nel frattempo uscivano dagli spogliatoi i giocatori della nostra squadra e gli avversari, conoscevamo i giornalisti locali e anche quelli nazionali che ogni tanto venivano a seguire le partite, le persone intorno alla squadra e chi lavorava al palazzetto… era come il ritrovarsi di una numerosa famiglia, ci si conosceva tutti e una domenica sì e una no eravamo tutti presenti, stesso posto, stessa ora e stesso cuore neroarancio.

E poi c’erano le trasferte, si viaggiava insieme e seguivamo la squadra spostandoci insieme a loro. Vivevo da privilegiata il dietro le quinte di una trasferta sportiva, osservavo tutto e tutti, sentivo la tensione che vivevano tutti prima della partita e i commenti del dopo partita. Ero spettatrice di tante emozioni e allo stesso tempo protagonista di esperienze uniche che vivevo silenziosamente.

Nel 1984 arriviamo per la prima volta in A1, ma solo per una stagione. Poi negli anni successivi la squadra si rimise in forza (arrivò anche Joe Bryant papà di Kobe e altri grandi giocatori) e nel 1989 ritorniamo al Campionato di A1. Nel 1991 viene inaugurato il PalaPentimele (il cui nome anche in questo caso si riferiva al quartiere dove venne costruito): un impianto dotato di circa 8.500 posti a sedere, il più grande in Calabria ed il sesto in Italia: eravamo pronti a “farci sentire”! E fu così vittoria dopo vittoria si andava sempre più in alto e questo era entusiasmante e coinvolgeva tutti noi cittadini anche chi non seguiva la squadra nelle partite tutte le domeniche.

La Squadra mi ha insegnato moltissimo.

Ero una bimba timida e curiosa che osservava molto. Osservando la squadra ho imparato cosa vuol dire riuscire ad avere un obiettivo comune con persone diverse da te, persone che non hai scelto ma con le quali condividi il tuo quotidiano, gli allenamenti, i risultati, il lavoro e con cui devi collaborare per avere dei risultati come collettivo e anche individuali.

La squadra negli anni cambiò ma alcuni giocatori sono stati dei veri punti di riferimento molto importanti non solo per la squadra ma anche per i tifosi. Il Capitano Santoro “nr. 5” ancora oggi dopo “XX” anni, quando lo incontro a Reggio… è sempre per me (e non solo per me) il Capitano. L’Allenatore era un’altra figura che mi affascinava molto. Abbiamo avuto allenatori diversi, ricordo uno molto “istintivo”, fisico, che si “accalorava” e un altro opposto, pacato, “a sangue freddo”, entrambi hanno portato la squadra a raggiungere obiettivi importanti e così ho capito che per essere un buon coach devi guadagnarti la stima della squadra, il carattere passa quasi in secondo piano, se hai la fiducia del team si guarda tutti dalla stessa parte ed è forse più facile “guidarli”.

La Società sportiva mi ha insegnato moltissimo.

A Reggio Calabria in quegli anni lo sport faceva parte del tessuto sociale, c’era la vita di tutti i giorni, il quotidiano, la routine… ma poi da venerdì ci si iniziava a preparare per la domenica e “l’effetto post partita” nel bene e nel male (di calcio o di basket) si sentiva / viveva fino al martedì successivo.La Società iniziò a puntare sui giovani, costruì un impianto sportivo molto grande e attrezzato anche con appartamenti dove i ragazzi che venivano da fuori per giocare con le squadre giovanili potevano alloggiare, campi da tennis e la possibilità di utilizzare i campi interni non solo per la pallacanestro ma anche per altre discipline sportive. Lo Sport non doveva essere solo uno spettacolo a cui assistere ma uno strumento per diffondere i valori sociali primari: il rispetto per gli altri, l’inclusione, la solidarietà, l’unione per il raggiungimento di obiettivi comuni.Reggio aveva bisogno di tutto questo e la Società si mise al servizio della città e anche con l’intento di risollevare anche l’immagine della città a livello nazionale e internazionale.

E’ difficile trovare le parole eppure chi come me ha vissuto quegli anni a Reggio Calabria, sa di cosa sto parlando.

Fine anni novanta il cortocircuito. Io ho deciso di staccare la spina spinta dalla sofferenza per degli avvenimenti assurdi, incomprensibili, ingiustificabili. Uno tsunami. Ho scoperto attraverso la figura di mio padre cosa vuol dire essere traditi dalle persone che fino alla sera prima erano a cena a casa nostra, ho scoperto che ci sono persone codarde, persone che antepongono il loro interesse personale alla verità, ho scoperto la falsità di chi si professava “amico”.

Il sogno di un’intera città che era diventato realtà si era spezzato. Il mio cuore si era spezzato. Ho anche imparato, mio malgrado, che nei tribunali non basta avere ragione, ma devi trovare anche chi ha il coraggio di riconoscertela.

Come si fa con i grandi Amori che ti feriscono, l’ho allontanato, non volevo più pensare ai momenti belli, alle cose positive che ho imparato in tanti anni da tifosa, ho spento la luce e chiuso la porta. Quella porta ogni volta che si riapriva mi mostrava un grande Amore che non esisteva più perché lo avevano strappato via con così tanta forza che le ferite e le cicatrici sono state difficili da rimarginare.

La prima volta che ho visto il documentario “Viola contro Tutti – Una squadra, una città, un sogno” nel 2014 ero con mio fratello qui a Milano seduti in ultima fila, ricordo come fosse ieri, che ci siamo messi a piangere entrambi come se fossimo tornati bimbi, con una morsa allo stomaco difficile da spiegare.

Ma da quando questo documentario è stato reso pubblico ho iniziato a sentire l’esigenza di piangere ancora e ancora e solo quando sono riuscita a rivederlo con emozione e senza lacrime ho capito che ero pronta e l’ho iniziato a far vedere alle persone a me più care, quelle a cui avevo voglia di donare un pezzetto inedito della mia storia.

Poi settimana scorsa mi è arrivato un messaggio da parte di mio cugino che mi segnalava un intervento del mio Papà durante una trasmissione in cui si parlava dei “tempi d’oro” con alcuni dei “protagonisti storici”… e ho pianto sorridendo nel sentire i loro racconti e nel rivedermi e rivivermi come quella piccola bimba timida e curiosa di “XX” anni fa.

Leggo ancora oggi commenti a quella intervista e capisco che le persone hanno tenuto quell’amore nel loro cuore, quella gioia, quell’entusiasmo in un ricordo ancora vivo e mi sento pronta a farlo anch’io aprendo quella porta e guardando alle mie cicatrici con voglia di accarezzarle e non di voltarmi dall’altra parte.

E così oggi ho deciso di condividere con chiunque di voi ha voglia di spendere un’ora della sua giornata ad ascoltare e vedere questa storia che è la storia di una squadra di basket, la storia di una città del profondo Sud che cerca e trova il suo riscatto sociale, è la storia di un Uomo Onesto che voleva dare un futuro migliore non solo ai suoi figli ma ad una città intera. => Viola contro Tutti

… e tu che idea hai sul ruolo dello Sport nella vita sociale? Hai una squadra del cuore? e come aspetti e vivi la partita dei tuoi beniamini?…

… unisci anche tu il tuo puntino …